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Più alcol dipendenza in pandemia?

l clima denso di timori e incertezze nel quale viviamo da ormai 10 mesi, unito ad una genuina preoccupazione per la salute e per l’organizzazione della sanità, offre l’occasione di riflettere in forme nuove sulle priorità che un’efficace azione di salute pubblica deve saper indicare. Ed è indubbio che, nel pieno di una pandemia, lo sforzo e le risorse dell’organizzazione sanitaria debbano essere indirizzate prioritariamente verso una risposta il più possibile rapida al problema della diffusione del contagio attraverso misure di contenimento, nonché verso la cura di pazienti più a rischio e la disponibilità – il prima possibile – di un vaccino sicuro.
 
Ne deriva però di conseguenza il fatto che l’impegno professionale ed economico-organizzativo scatenato dalla pandemia rischia di mettere sullo sfondo le problematiche e la gestione delle patologie ordinarie, con non pochi effetti deleteri sul piano diagnostico e terapeutico, di cui presto si dovrà fare un’adeguata e trasparente contabilità. Occorre in altre parole non dimenticarsi di quanto continua ad accadere su quello sfondo.

Tra le varie questioni di questo tipo, una che il momento attuale invita a considerare in modo particolare è quella del disagio psicologico e della sofferenza psichiatrica che derivano non solo dallo stress legato al pericolo della infezione da Covid 19, ma anche da quello provocato dall’isolamento, dalle mancate relazioni, dalle nuove condizioni di lavoro e dall’eccesso di prossimità con i propri famigliari durante la chiusura. Un’analisi in tal senso è stata condotta su un campione nazionale tra i 18 e i 75 anni da un gruppo di psichiatri dell’Università Cattolica di Roma, da cui si evince che il 62% degli italiani ha affrontato il confinamento senza alcun reale disagio psichico, ma il 38% ha invece registrato segnali di disagio, per metà moderato e per metà severo.
 
Molti osservatori sottolineano a questo proposito che si tratterà di un impatto a lungo termine di questo disagio, impatto che si misurerà anche in termini di danno legato al fenomeno delle dipendenze patologiche, nel campo dell’alcol e delle sostanze. Tra questi la denuncia lanciata dall’articolo di M. Calandri sul sito di Repubblica del 18 dicembre scorso, che avanza l’ipotesi, sicuramente plausibile ma tutta da verificare e decisamente allarmistica, secondo la quale ansia e stress da confinamento metterebbero a dura prova individui anche giovani, alcuni dei quali cercano poi forme di automedicazione surrettizia ed autogestita, ad esempio attraverso il consumo esagerato di alcol.
 
In merito a ciò va detto che in realtà analisi accreditate, ed in particolare le indagini nazionali ed internazionali che cominciano ad essere pubblicate in questo periodo, evidenziano che i giovani, soprattutto nella fascia di età più bassa, hanno diminuito negli ultimi mesi le occasioni di consumo e di abuso di alcol precedentemente legate alle uscite fuori casa e sospese durante il confinamento.
 
E se è pur vero che i dati di vendita hanno mostrato sin dall’inizio della pandemia un aumento degli acquisti di bevande alcoliche rispetto al periodo precedente, non è ovvio dedurre da questo dato una indicazione di aumento dei consumi (e a cascata della dipendenza, tanto meno precoce), vista la riduzione dei consumi fuori casa.
 
Un articolo da poco pubblicato su Alcohol and Alcoholism a firma P. Anderson (stimato osservatore dei fenomeni di alcol-dipendenza) mostra, attraverso un’analisi attenta dei dati britannici, che i consumi delle famiglie britanniche misurati sugli acquisti in eccesso durante il lockdown (+41%) non compensano i mancati acquisti delle stesse nel canale fuori casa, con un saldo finale sui consumi pari a un trascurabile 0,7%. Ben lontano dunque dalle ipotesi avanzate rispetto al consumo eccedentario di alcol da parte dei giovani in periodo di pandemia e di confinamento a casa.
 
Anche rispetto all’aumento degli acquisti on line, per i quali si parla di una crescita a 3 cifre, va considerato che essa compensa la chiusura del canale fuori casa, non è generalizzata né tipica dei giovani, e non rimbalza con la stessa grandezza sui consumi reali.
 
Soprattutto dobbiamo ricordare che il fenomeno delle dipendenze, da alcol ma anche da altre sostanze, deriva nella maggior parte dei casi da un disagio psichico ed esistenziale preesistente e dai problemi legati all’incertezza e all’ansia rispetto al futuro, che non nascono certo con la pandemia, come ampiamente analizzato negli studi ormai ventennali dell’Osservatorio Giovani e Alcol (OPGA).
 
Le statistiche segnalano da tempo, oltre all’aumento delle patologie croniche, spesso in forma plurima, anche l’aumento del disagio psicologico e mentale, che si manifesta in particolare tra i giovani sotto i 34 anni, tra gli stranieri, tra le donne, tra i disoccupati e tra i cittadini del Nord del paese. Ed il disturbo più diffuso risulta essere la depressione, che coinvolge secondo dati Istat quasi 3 milioni di persone.
 
Occorre quindi guardare al complesso dei fenomeni legati al disagio giovanile, e soprattutto alle iniziative di prevenzione e di arginamento degli effetti più problematici del disagio, a cominciare dall’impegno sociale ed economico per il sostegno di ambiti di vita e di formazione nei quali sviluppare relazioni sociali significative, dialogo, condivisione, mutuo aiuto, solidarietà di territorio.
 
È in parte anche il tema del “welfare locale”, venuto a galla con tanta drammaticità in questo periodo, che dovrebbe andare di pari passo con l’integrazione dei servizi e la continuità assistenziale.
 
Carla Collicelli
CNR- CID Ethics
Segretariato ASviS
Vice Presidente Osservatorio Giovani e Alcol

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