Bestemmia calcio

Multa per la bestemmia, l’esperto: «Un tempo era una potente trasgressione, oggi solo un intercalare. L’oltraggio alle divinità della religione di Stato? Sembra di essere in Iran»

La storia dell’uomo che ha ricevuto una multa di 102 euro. Il linguista Cortelazzo: «In Veneto ci sono riferimenti dal ‘500. I germanofoni e gli sloveni che vivono in Alto Adige o in Friuli bestemmiano in italiano»

Centodue euro per una bestemmia. È costato caro lo sfogo di un ventiduenne che martedì, al Lido di Venezia, dopo aver evitato per un soffio un pedone con lo scooter, ha perso la calma. La polizia locale lo ha multato e nel verbale ha scritto che «bestemmiava con parole oltraggiose le divinità venerate dalla religione di Stato». Un caso che ha pochi precedenti, almeno nella memoria di chi si occupa ogni giorno di sicurezza urbana. 

Luigi Altamura, comandante della polizia locale di Verona e referente Anci in Viabilità Italia, spiega di non ricordare altri episodi analoghi oltre a quello veneziano e di non aver mai disposto sanzioni per bestemmie durante la sua attività. La bestemmia, del resto, dal 1999 non è più un reato ma un illecito amministrativo: l’articolo 724 del Codice penale prevede ancora una sanzione da 51 a 309 euro per chi bestemmia pubblicamente contro la divinità. La multa, dunque, può ancora scattare. Ma da dove nasce un’abitudine così radicata, soprattutto in alcune aree del Paese? 

A decodificarla, tra linguistica e diritto, è Michele Cortelazzo, accademico ordinario della Crusca e professore emerito all’Università di Padova. Il segreto sta tutto nel fascino di infrangere i divieti: «Le ingiurie sono quasi sempre legate ai tabù» spiega il professore. «Quando uno ha bisogno di sfogare la rabbia dice le cose che normalmente non si possono dire». L’espediente per scaricare la tensione attinge di norma alla sfera sessuale, ai bisogni corporali o a quella clinica: «Parole come “cretino” o “deficiente” vengono tutte da nomi di malattie che di solito non si nominano. Oppure si dice “sei un canchero”». Alzando l’asticella, si arriva dritti al sacro. «Che cosa c’è di più trasgressivo che nominare Dio?» riflette Cortelazzo. 

«La bestemmia deriva da questo, è un universale dell’espressione della rabbia, attestata un po’ in tutte le culture. Se n’è trovata traccia persino in alcuni geroglifici». Eppure, soprattutto in alcune roccaforti geografiche, il significato originario si è smarrito, trasformando la trasgressione in un banale intercalare. «C’è questa gara fra Veneto e Toscana, ma secondo me nel Friuli è ancora più desemantizzata» dice Cortelazzo. In Veneto, ricorda, «ci sono attestazioni già del Cinquecento. La bestemmia ha anche una sua creatività». Per salvarsi in corner, «c’è chi impreca in un idioma di cui non è madrelingua pur di alleggerire il colpo, come i germanofoni o gli sloveni in Trentino Alto Adige e Friuli che bestemmiano in italiano, e chi si affida alla classica storpiatura per non oltrepassare il limite formale: il povero zio, che non c’entra con il fratello di nostro padre o di nostra madre, serve solo per mascherare». Il fatto è che «oggi, spesso, il bersaglio religioso è quasi del tutto scomparso. La bestemmia ha perso di significato. In certe regioni è diventata talmente desemantizzata che la dicono anche persone timorate di Dio. Si è persa l’idea che si faccia riferimento veramente a Dio». 

Un automatismo simile a quello raccontato dal giovane multato, che dopo lo spavento ha spiegato di aver perso la testa. «La volontà di prendersela con Dio o di esprimere un’opposizione alle posizioni della Chiesa è assolutamente minoritaria – aggiunge Cortelazzo -. È un’abitudine, sicuramente una brutta abitudine, ma spesso è completamente priva di significato». Priva di significato religioso, ma non di conseguenze. L’articolo 724 prevede ancora una sanzione amministrativa da 51 a 309 euro per chi bestemmia pubblicamente contro la divinità: «Se il Codice sanziona lo sfogo pubblico, il richiamo alla “religione di Stato” è un cortocircuito bello e buono – sentenzia Cortelazzo -. Dal 1984 quel principio non esiste più e la Corte costituzionale ha successivamente ribadito la laicità dello Stato. Non discuto la sanzione, perché il codice c’è ed è stato applicato. Ma motivarla in quel modo, e ora faccio un gioco di parole, è una bestemmia dal punto di vista giuridico: sembra di essere in Iran, non nell’Italia della Costituzione del ’48».