Il goal non sente alibi

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Alcuni dicono che in passato era più semplice fare goal.

Per me quest’affermazione è sempre stata un alibi: l’uomo è sempre le stesso; dunque anche le occasioni sono sempre le stesse.

Ho trovato la conferma quando ho letto queste parole, pronunciate da Joseph Bican, il calciatore che ha segnato più goal nella storia, più di 805 in partite ufficiali:

“Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi, ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa e saranno le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che un’occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette” (uefa.com).

Meditiamo, gente, meditiamo.

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Super Op, l’app che migliora l’allenamento

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La tecnologia digitale sta trovando nuove straordinarie applicazioni in campo biometrico, che promettono di rivoluzionare le tecniche d’allenamento.

Un medico dello sport, il prof. Marco De Angelis ha sviluppato un sistema di monitoraggio real time, in grado di quantificare il carico d’allenamento giornaliero che uno sportivo può sopportare.

Il sistema si chiama Super Op, abbreviazione di Supercompensation Optimizer (http://www.super-op.com/it/). Si tratta di uno sfigmomanometro ultrasottile che viene applicato al polso dell’atleta ed è collegato via bluetooth ad un’applicazione scaricata sullo smartphone. Misurando la frequenza cardiaca e la pressione, l’app indica il carico d’allenamento sopportabile, in base al principio fondamentale della supercompensazione.

La supercompensazione è un modello teorico che descrive i processi d’adattamento dell’organismo in seguito all’allenamento. Super Op è così in grado di indicare la quantità d’allenamento ottimale, per stimolare al meglio l’allenamento del fisico, senza costringere lo sportivo a sforzi inutili.

Si tratta della solita trovata pubblicitaria? Decisamente no: dal 2010, Super Op è già usato in via sperimentale dalla nazionale cinese di marcia. Dopo l’introduzione del sistema biometrico, la squadra è stata in grado di migliorare le sue prestazioni, riportando importantissime vittorie. S. B.

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Difensore = cavaliere, l’importanza dell’uno contro uno

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Il ritorno al passato è un’esigenza sentita in molti settori ed il calcio non fa eccezione. In particolare molti allenatori lamentano la mancanza di difensori di qualità, cosa invece normale nei decenni passati. Perché? È forse diminuito il talento? È forse cambiato - in peggio - il modo di giocare?

Niente di tutto ciò. La “colpa” non è tanto dei ragazzi, ma degli allenatori, che hanno smesso di puntare sulla specializzazione dei ruoli. Quando l’allenatore fiuta il talento di due ragazzini, uno per l’attacco e l’altro per la difesa, deve subito istradarli: il primo deve diventare un attaccante, il secondo un difensore.

Per il giovanissimo difensore, è fondamentale essere schierato sin da subito in ruoli offensivi. Egli è come l’antico fante che proteggeva la città, vegliando dalle mura di cinta. Era il primo a vedere in faccia il nemico e a lottare per salvare la propria gente.

Per imparare a difendere la porta, il giovane difensore deve esercitarsi nell’”uno contro uno”, come gli antichi cavalieri si esercitavano duellando a singolar tenzone. L’allenatore non deve temere di gettare i propri ragazzi nella mischia, metterli di fronte agli avversari, qualunque situazione si presenti. Ecco perché nei settori giovanili, almeno fino agli Allievi, non sarebbe sbagliato concentrarsi poco sull’organizzazione della difesa, prediligendo la formazione specialistica dei giocatori. In un contesto volutamente disorganizzato, il singolo deve mettere in campo tutte le proprie abilità e confrontarsi/scontrarsi con l’attacco avversario.

S. B.

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I figli non sono come tu li vuoi

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Quante volte i genitori proiettano sui figli le proprie aspettattive? Quante volte i papà e le mamme crescono i figli nel tentativo disperato di foggiarli a propria immagine e somiglianza o secondo un modello predeterminato?

Il calcio è purtroppo il peggior miglior esempio di questa sciocca mentalità. Durante le partite, è normale assistere ad una casistica varia e quantomai patetica, che include il padre che dà consigli tecnici al proprio enfant prodige come se l’allenatore non esistesse, la madre che sbraita contro il difensore che ha atterrato il suo povero amore mio, il nonno che bestemmia contro il Numero 7, chiamandolo dolcemente sacco di m****, altri padri che s’insultanto durante l’elezione del migliore in campo, altre madri che arrivano alle mani (sic!) non trovando l’accordo sul più bello della squadra. Insomma, agli occhi dei genitori seduti in tribuna, i figli sono tutti fuoriclasse, epigoni di Maradona e Pelè.

In realtà, basta un briciolo d’intelligenza per capire quanto dannosi siano questi atteggiamenti dal punto di vista educativo. Il calcio è un momento di condivisione, di svago; l’attività atletica fortifica il corpo e potenzia la mente. Non è importante il risultato se c’è tutto questo. Soprattutto, i nostri figli non debbono ricompensare la retta d’iscrizione con gol, azioni, rigori, vittorie. Basta il loro sorriso, quando tornano a casa dagli allenamenti, o la gioia di giocare la domenica mattina.

Qualche giorno fa ho letto una notizia che deve essere di esempio per tutti: un giornalista di Magenta, Danilo Lenzo, un uomo lontano anni luce dal mondo del calcio, ha scoperto di avere un figlio talentuoso proprio per questo sport, così talentuoso da essere preso in una prestigiosa squadra giovanile.

Danilo Lenzo è un esempio che dobbiamo seguire: con intelligenza, non ha preteso che il figlio seguisse le orme paterne o materne, ma ha assecondato le sue naturali inclinazioni, aiutandolo e assecondandolo nel suo percorso di crescita. E non succederà niente se Ludovico non diventerà un campione, ma lascerà il calcio fra gli hobby. Quel che conta è la felicità stampata sui suoi occhi, quando la palla gli rotola fra i piedi.

Buon anno a tutti! S. B.

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Il calcio non è una guerra

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Tutto lo sport, calcio compreso, non ha come primo obiettivo la vittoria, ma il gioco, il divertimento, lo stare insieme.

La vittoria non è un fine ma un tramite, la strada attraverso cui raggiungiamo lo scopo primario dello sport: l’entusiasmo, la bellezza del gesto atletico, la condivisione di momenti d’esaltazione.

Molte volte assistiamo ad una grande inciviltà: giocatori che simulano falli,
dirigenti che ricorrono a “mezzucci” per rubare il risultato in nome di una vittoria, che non ha senso se mancano i valori fondamentali, in primis la lealtà.

Occorre educare i ragazzi ai valori dello sport, affinché possano contribuire a
trasformare il calcio da sport vituperato dai benpensanti a simbolo della socialità umana.

Si comincia sempre dall’allenamento, che non è l’esercizio meccanico, per prepare i muscoli al gol; ma il rito settimanale che predispone la mente e il corpo al gesto atletico di squadra. Il gol è solo il coronamento di tutto questo, l’istante -
puntiforme - in cui tutta la squadra libera la propria energia.

Vorrei chiudere quest’anno con un augurio sincero: che il calcio possa abbandonare la sua fama di sport violento, volgare, mediocre ed assurgere a simbolo di pace e fratellanza universale. Lo sport, come tutte le altre manifestazioni dello spirito umano, ha il grande fine di unire le persone.

Buon Anno a tutti voi! S. B.

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L’apprendimento per imitazione: una grande risorsa per l’allenamento calcistico

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L’imitazione è una componente molto importante nell’apprendimento, che non va mai sottovaluta. Al di là del semplice “copiare”, è possibile imparare molto dall’osservazione-imitazione dei propri compagni, presi come modello.

Spesso, in ambito educativo si trascura la figura del tutor, ossia colui che affianca l’allievo con funzione di guida e rinforzo. L’ideale è che il tutor sia un coetaneo con maggiori abilità o uno studente con più esperienza. Il tutor, infatti, sviluppa una relazione più duttile e produttiva, perché l’allievo può essere molto più motivato a seguire l’esempio di qulacuno che sente vicino, come un compagno o un ragazzo più esperto.

Per questo, anche nel calcio è importante coinvolgere durante gli allenamenti i ragazzi più grandi. Questi ultimi, infatti, sono presi come modello dai più piccoli, che si sforzeranno di raggiungere gli stessi risultati. L’allenatore avrà la cura di far capire che imitare non significa semplicemente ripetere il modello, ma imparare da chi ha più esperienza e abilità.

Faccio un esempio: mettiamo che l’allievo non riesce a calciare correttamente un cross. Per aiutarlo, il mister chiama un giocatore più grande, che fa vedere al suo compagno come calciare. Ecco che miracolosamente l’allievo più piccolo riesce ad ottenere un tiro preciso, perché si appropria dello stile di uno che ha più esperienza e che non è un allenatore, ma un ragazzo come lui.

Nello sport, è molto importante promuovere la collaborazione fra ragazzi, sia della stessa squadra, sia di differenti fasce d’età, per stimolare l’apprendimento per imitazione, mediante l’individuazione di figure “tutor”. Ciò contribuisce anche a migliorare la percezione del lavoro di squadra, che nel calcio deve essere prioritario rispetto alla prestazione individuale. S. B.

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L’inutilità delle scuole calcio che formano tanti piccoli Muzio Scevola

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È una realtà sempre più evidente che i calciatori giovanissimi abbiano una scarsa capacità di utilizzare il piede debole, ovvero, nella stragrande maggioranza dei casi, il piede sinistro.

È inaccettabile che fra gli Esordienti pochissimi siano in grado di padroneggiare la tecnica del piede sinistro. Secondo me, arrivati a 12 anni, questo è davvero inaccettabile e intollerabile. Perciò, alla Grottese, curiamo molto questa tecnica. Per informazioni: http://www.grottese.it/milan-scuola-calcio/.

C’è un esercizio molto semplice che tutti possono fare, per rinforzare la muscolatura e la tecnica del piede debole. È possibile iniziare con passaggi effettuati contro il muro, dalla distanza di un metro, con l’interno del piede. La settimana successiva, si aumenta la distanza dal muro, portandola a 5 metri, calciando sempre con l’interno del piede, con maggiore potenza. Quando è stata raggiunta abbastanza sicurezza, si può cominciare a calciare anche con il collo del piede (serie da circa 30 tiri).

Questi esercizi debbono essere accuratamente seguiti dall’istruttore, che deve prestare particolare attenzione al bloccaggio della caviglia sinistra e al posizionamento corretto del piede di appoggio e del piede calciante rispetto alla palla, come in figura.
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Occorre allenarsi con costanza tutti i giorni, almeno cinque giorni a settimana. Lentamente, cominceranno a vedersi i primi frutti.

L’allenamento del piede controlaterale al piede più potente non è una prerogativa solo del calcio. Assume un ruolo centrale anche nella rieducazione delle persone che hanno subito un’amputazione. Chi ha perso il braccio destro deve rieducare il sinistro, per imparare ad effettuare con questo tutte le operazioni che faceva con quello.

Le scuole di calcio che non formano all’uso dei due piedi educano tanti piccoli Muzio Scevola, tanti piccoli calciatori con un piede solo, come Scevola aveva una sola mano. Muzio Scevola era un nobile romano, incaricato di assassinare Porsenna, il comandante etrusco. Purtroppo sbagliò persona; arrestato, al cospetto di Porsenna, gli disse che era lui il vero bersaglio. Detto ciò, pose la mano che aveva sbagliato in un braciere, lasciando che bruciasse.

A tal proposito, si può anche praticare un esercizio mentale: immaginare di non avere il piede destro. Durante la giornata, ci si può sforzare di compiere con il piede debole tutte le operazioni che si farebbero normalmente con l’altro. Ad esempio: togliere il cavalletto della bicicletta, pedalare usando il solo piede della sinistra (ciò è praticabile sulla cyclette, che ha una fascia montata sul pedale, per tenere fermo il piede), etc.

Nella storia c’è stato un solo grande giocatore che ha utilizzato un piede solo: Maradona e quest’eccezione non si ripeterà. Ecco perché tutti i calciatori debbono imparare a calciare con il piede debole, sin dalla tenera età. CON UN SOLO PIEDE NON SI GIOCA A CALCIO!!!!

La Scuola Calcio della Grottese ha un unico obiettivo: gli allievi, entro i 12 anni, debbono saper già calciare con tutti e due i piedi. Ciò, da solo, garantirà loro di accedere un domani a categorie superiori, perché una sola cosa è certa: se si calcia con un piede solo, massimo si arriva in seconda categoria.

Per garantire a tuo figlio di imparare a calciare con ambo i piedi e acquisire una buona tecnica di base, iscrivilo alla Grottazzolina Scuola Calcio. Compila gratuitamente la form per maggiori informazioni su http://www.grottese.it/milan-scuola-calcio/ oppure chiama il 345 7253592 (Michele). S. B.

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L’allargamento della base motoria

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La multilateralità, nell’allenamento sportivo giovanile, costituisce una grande risorsa, per arricchire e allargare la base motoria.

L’allenamento multilaterale evita la noia dei bambini, perché non propone mai lunghe sedute di esercizi monotoni e ripetitivi.

L’allenamento multilaterale permette uno sviluppo motorio armonioso, attraverso una proposta varia e ricca, in quanto a esperienze da fare, abilità da arricchire, capacità da sviluppare e varianti da provare.

Nei bambini è bene evitare la fissità della specializzazione sportiva, che può limitare il potenziali motorio. Il corpo e la mente del bambino sono estremamente elastiche, dotate di grande potenzialità. Costringerle sempre agli stessi esercizi significa tagliare loro le ali. È un po’ come avviene per l’apprendimento delle lingue: chi è ancora in tenera età ha una capacità incredibile di apprendere le lingue straniere. Tale capacità si affievolisce con la crescita. Stessa cosa per lo sport: i fanciulli che praticano una disciplina sportiva debbono allargare i loro orizzonti.

Ogni forma d’allenamento deve essere multilaterale, per sviluppare in modo armonico e completo le funzioni di base. Una base motoria stretta età costringe ad una specializzazione, che risulta poco proficua in tenera età. Ripetere sempre gli stessi esercizi conduce il giovane a raggiungere rapidamente quella determinata abilità tecnica, ma nel frattempo non avrà sviluppato nessun altra capacità.

Una base motoria più ampia – multilaterale – ha bisogno di più tempo per condurre l’allievo al successo della performance, perché include una tipologia più ampia di esercizi. Il risultato, tuttavia, è infinitamente migliore, perché si tratta di un percorso più naturale, con un’ampia gamma di esperienze.

La multilateralità ha il proprio complementare nella polivalenza.

Polivalenza significa che le attività di allenamento debbono puntare a sviluppare tutte le aree di sviluppo della personalità individuale, sia dal punto di vista motorio, sia dal punto di vista cognitivo. Un’attività sportiva non è fatta solo di gesto atletico, ma anche di concentrazione, progettazione dell’azione, rispetto delle regole, etc.

La multilateralità e la polivalenza sono due pilastri fondamentali nell’attività sportiva giovanile, che possono essere usati con successo anche in età più avanzata, per garantire un’attività sportiva stimolante e divertente.

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La dieta ideale prima del match

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Per anni, si è sempre ritenuto che, prima di una partita, fosse giusto pranzare con pasta, grana, prosciutto e assumere zuccheri semplici a pochi minuti dal fischio dell’arbitro. Oggi possiamo affermare che gran parte di queste abitudini sono deleterie.

Il nostro sistema immunitario ha bisogno di una buona quantità di proteine, che sono sostanze contenute principalmente nelle carni, uova e latticini. In misura minore, ha anche bisogno di carboidrati. Gli organi preposti alla digestione, per garantire la massima salute del sistema immunitario, procedono sempre all’assimilazione delle proteine prima di ogni altra molecola. La digestione delle proteine richiede dalle tre alle quattro ore. Nel frattempo, gli altri cibi ingeriti attendono il loro turno nello stomaco. Contemporaneamente, la digestione provoca l’afflusso di sangue dagli organi periferici (gambe e braccia) verso lo stomaco.

Se, dunque, mangiamo prosciutto e grana, alimenti ricchissimi di proteine, otteniamo il risultato che per quattro ore il nostro organismo sarà concentrato sulla digestione e non potrà dedicare molte altre risorse all’attività atletica.

C’è un’altra domanda da porsi: i cibi ricchi di proteine sono davvero un carburante essenziale per l’attività agonistica? Il nutrimento dei nostri muscoli è l’ATP, che come noto è costituito dagli zuccheri composti come i carboidrati (pane, pasta, etc.). Gli alimenti ricchi di queste sostanze sono facilmente digeribili in un paio di ore e producono energia immediatamente pronta al consumo.

Di conseguenza, è facile dedurre che prima di compiere attività atletica, è bene consumare una discreta quantità di alimenti ricchi di zuccheri e non di proteine, per non affaticare l’organismo e, anzi, aiutarlo ad affrontare la partita.

Quattro ore prima partita, la dieta ideale deve comprendere pasta, pane, marmellata, crostata e frutta, in modo da assicurare un digestione veloce e soprattutto la produzione di ATP disponibile per i muscoli. Due ore prima dell’inizio, inoltre, è buona abitudine effettuare uno spuntino (come una banana o una fetta di pane e marmellata), per prevenire lo stimolo della fame.

Altro consiglio: anziché passeggiare, prima del gioco è preferibile riposare e bere molta acqua, per mantenere durante la partita una buona idratazione dei tessuti.

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Lo ‘Zumba’, un nuovo modo di intendere l’esercizio a corpo libero e adattissimo per il CALCIO

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Sempre più i trainer di oggi cercano di coinvolgere l’atleta in attività che mirano a stimolarlo ed a coinvolgerlo, attraverso il divertimento si vuole aumentare le motivazioni e l’impegno di tutti nella seduta da affrontare.
Sotto questo punto di vista un esercizio rivoluzionario è lo ‘Zumba‘, una serie di esercizi a corpo libero a ritmo di musica attraverso il quale sviluppare e rinforzare ogni parte del proprio corpo, il tutto all’insegna del divertimento.
Lo ‘Zumba‘ mira a sviluppare allo stesso tempo la coordinazione dell’atleta, caratteristica troppo spesso trascurata nel classico allenamento calcistico, nonchè aumentarne anche la forza, coinvolgendo ogni parte del corpo in movimenti ‘a catena’ e per questo riducendo anche il rischio di infortuni.
Lo ‘Zumba‘ come detto coinvolge ogni parte del corpo, permette di lavorare contemporaneamente su pettorali, addominali, braccia, bacino, adduttori, porta ad un ricondizionamento generale in vista del proseguimento dell’allenamento. Affermatosi ormai in moltissime discipline, ma ancora poco conosciuto nel mondo del pallone, vogliamo per questo consigliarlo e ritenerlo un esercizio necessario all’inizio di ogni seduta atletica, specie in questi periodi di preparazione pre-campionato.

Guarda il video sullo Zumba girato in spiagga a Porto San Giorgio:

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